ROMA – L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) insiste: la Libia non può ancora essere considerata un porto sicuro. L’Organizzazione è presente nel Paese ed è attiva ai punti di sbarco, dove fornisce una prima assistenza ai migranti soccorsi in mare. Dopo lo sbarco, i migranti sono però spesso trasferiti in centri di detenzione gestiti dal governo sui quali l’OIM non ha nessuna autorità. Si tratta di centri chiusi e la detenzione di uomini, donne e bambini al loro interno è da considerarsi arbitraria. Le condizioni inaccettabili e inumane di questi centri sono ampiamente documentate. In generale, dunque, la situazione nel Paese rimane molto pericolosa e l’OIM non può garantire la protezione dei migranti.

I vari dossier realizzati sulle violenze. Tutti coloro che sono riusciti a entrare nei centri di detenzione libici, come ad esempio quella di Ain Zara, dove vengono assiepati i migranti che hanno già pagato fior di quattrini per arrivare fin lì dopo estenuenti e mortali attraversate del deserto, parlano di brutalità inaudite: persone prese a bastonate, a frustate a calci di fucile, così appena arrivati. Ma l’incubo non comincia lì: diversi rapporti di organizzazioni umanitarie – come Human Rights Watch o Amnesty International – riferiscono di detenzioni arbitrarie prolungate, torture, condizioni di vita nelle celle comuni a dir poco disumane, con percosse brutali in vari momenti della giornata, con mazze di legno, tubi di plastica, cavi elettrici  e anche a  mani nude. Molti migranti detenuti hanno anche raccontato di essere stati appesi al soffitto per diverse ore, anche a testa in giù, oppure di essere stati letteralmente buttati dentro vere e proprie fosse, al buio, in isolamento, fino a quando il prezzo da pagare per essere imbarcati su qualche gommone non fosse stato pagato.

 


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