Un dirigente dell’Eni, all’epoca dei fatti responsabile del centro oli di Viggiano (Potenza), è finito agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta su una fuoriuscita di petrolio che nel febbraio 2017 contaminò il “reticolo idrografico” della Val d’Agri.  L’arresto è stato deciso dal gip di Potenza su richiesta della Procura. Nell’inchiesta sono indagate 13 persone tra le quali anche componenti del comitato tecnico regionale della Basilicata e l’Eni.

La Procura ipotizza a carico degli indagati i reati di disastro, disastro ambientale, abuso d’ufficio, falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale. All’inizio del 2017, dopo il ritrovamento di petrolio in un depuratore, si arrivò al sequestro di un pozzetto. Si accertò che il petrolio era passato nella rete fognaria e poi nella rete idrografica circostante, a due chilometri dalla diga del Pertusillo, che fornisce acqua alla Puglia e, per l’irrigazione, ad oltre 35 mila ettari di terreno. Il petrolio era fuoriuscito dai serbatoi di stoccaggio, ma le perdite non erano “mai state comunicate agli organismi competenti”. Successivamente, l’Eni decise di dotare i serbatoi di doppifondi.

Secondo la Procura di Potenza, l’Eni tenne un atteggiamento di “sostanziale inerzia” nella vicenda delle perdite di petrolio, mentre quella del comitato tecnico regionale fu una “consapevole inerzia” perché prima prescrisse maggiori controlli ma poi non sanzionò la loro mancata attuazione. La fuoriuscita di petrolio contaminò 26mila metri quadrati di suolo e sottosuolo a Viggiano.


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