La legge del potere è sempre la stessa, compresa da Machiavelli, ribadita da Carl Schmitt: il potere è presenza. È questa la caratteristica fondante per poter esercitare il proprio controllo e perché l’autorità sia riconosciuta. Non si può comandare da lontano. Se decidi di comandare da lontano, dovrai nominare un viceré, e il viceré prima o poi vorrà diventare re. Marco Di Lauro è stato arrestato in un quartiere periferico di Napoli, a Chiaiano, vicino a casa. Suo padre Paolo, il patriarca, era stato catturato a un chilometro scarso dalla villa di famiglia; suo fratello Cosimo, il principe ereditario, era stato arrestato al rione dei Fiori, nel cuore del feudo del clan; suo fratello Nunzio non si era spinto a più di mezzora d’auto da Secondigliano.

Erano tutti lì, a casa loro. Ad analizzare lo storico delle catture dei latitanti italiani, i mandati d’arresto internazionali e tutto il denaro speso per monitorare piste all’estero sembrano quasi scelte ingenue: i casalesi Antonio Iovine e Francesco “Sandokan” Schiavone sono stati arrestati a Casal di Principe; Pasquale Condello, il potente boss della ’ndrangheta del Reggino, è stato scovato nel quartiere Pellaro di Reggio Calabria; Bernardo Provenzano in un casolare nella sua Corleone; Giuseppe Morabito si era nascosto a una sessantina di chilometri da Africo; Edoardo Contini a Casavatore, a un paio di chilometri dalla sua roccaforte.

in riproduzione….

Se un boss non è a casa sua, non sta più comandando. Luciano Liggio, il monarca del cartello corleonese, venne arrestato nel 1974 a Milano: aveva provato a comandare da lontano, per realizzare l’utopia di avere una famiglia e una vita nuova; in realtà, in Sicilia lo scettro era già passato a Totò Riina. Ci sono boss come Pasquale Scotti che riescono a rimanere latitanti per trent’anni lontano dal territorio che hanno comandato ma lo fanno perché hanno deciso di cambiare vita; o figure come Rocco Morabito, arrestato in Uruguay a settembre 2017, che possono spostarsi e nascondersi lontano perché non hanno il “bastone del comando” (come si dice in gergo ’ndranghetista), ossia non hanno un ruolo dirigenziale nella cosca. Ma se sei il boss reggente del tuo gruppo, devi rimanere dove ci sono le radici. Questo significa che Messina Denaro è a Castelvetrano o nelle vicinanze? Logica vorrebbe che fosse così.

in riproduzione….

Spesso i mafiosi latitanti non solo non si allontanano dal loro territorio, ma si nascondono esattamente nel loro Comune di residenza. Sono esattamente dove sarebbe più scontato trovarli, eppure fanno latitanze infinite, rimangono irrintracciabili per anni. Marco Di Lauro era latitante da 14 anni, e probabilmente non si è mai allontanato da Napoli.
Come mai? Nulla concede più sicurezza ai boss del territorio che controllano. E accedere alla rete di sicurezza di un boss è un lavoro difficilissimo e complesso: non basta pedinare o intercettare. L’intero quartiere o l’intero paese partecipano alla protezione di questi fantasmi, che si nascondano in un bunker sottoterra o nell’appartamento di un palazzo. I Di Lauro hanno scelto di nascondersi in case modeste, a volte ospiti di persone insospettabili. Cosimo era nell’appartamento di proprietà di un’anziana disabile, Paolo nel bilocale di una quarantenne incensurata, Marco viveva con la fidanzata e i suoi due gatti in una anonima palazzina. Tutti in case di città, per quanto in periferia.

Sono i boss dei cartelli di provincia che scelgono invece di vivere nei bunker: a Casal di Principe come a Platì, a San Luca come a San Cipriano d’Aversa, l’aristocrazia mafiosa costruisce prima i bunker e poi la casa, mentre il crimine cittadino cerca l’abitazione anonima in cui camuffarsi, sfrutta la dispersione della metropoli per dileguarsi. Ma non è rischioso stare proprio lì dove tutti immaginano tu sia? — già sento sollevarsi la domanda. In realtà no. Controllare il territorio significa conoscere e riconoscere qualsiasi volto nuovo, significa che chi tradirà dovrà temere non solo per se stesso ma per i propri familiari. Se tradisci nel tuo paese, pagherà tutta la tua famiglia, se non con il sangue con l’isolamento, con il danno economico e sociale. Pasquale Condello “u Supremu” poté fare i suoi 18 anni di latitanza a Reggio Calabria. Il covo di Giuseppe Giorgio “u Capra”, latitante per 23 anni, era visibile dal balcone della caserma dei carabinieri di San Luca d’Aspromonte. Il territorio partecipa alla loro protezione non solo per paura, ma perché spesso avere un boss egemone è un vantaggio: il boss forte e riconosciuto da tutti è garanzia di tranquillità, perché nessuno tenterà di sostituirlo intraprendendo faide sanguinose.

Inoltre, il boss latitante che ha bisogno del silenzio del territorio, moltiplica i doni e servizi elargiti alla gente del posto per consolidare il consenso. Essere sul territorio per un boss significa poter dare risposte immediate e le risposte immediate si danno a voce, di persona, o per iscritto tramite pizzini. Il telefono è rischioso e genera una distanza che la voce diretta, invece, non contempla: con il telefono avverti, alludi, deleghi, mentre parlando di persona affermi. Michele Zagaria aveva trasformato Casapesenna in una grande centrale di citofoni, collegati l’uno all’altro di casa in casa: a differenza dei telefoni non erano rintracciabili né intercettabili. Il boss non si fa vedere ma c’è e, se serve, interverrà.

L’errore di “Ciruzzo ‘o Milionario”, padre di Marco di Lauro, fu proprio quello di iniziare a delegare. Quando decise di diventare capo di quella che sarebbe diventata la struttura più importante del narcotraffico napoletano si chiuse letteralmente in casa. Limitò al minimo uscite, spostamenti, visite, vizi. Come un cenobita, come un pianista che giura a se stesso di non uscire di casa finché non sarà abile come Mozart. Doveva sparire dalla vista delle persone, non essere riconoscibile né per i poliziotti né per i vicini. Conosciuto solo a chi doveva conoscerlo. Fu la scelta che non solo lo rese sempre più potente mentre i suoi rivali e fratelli d’affiliazione cadevano in agguati o in arresti, ma generò attorno a lui anche una specie di mito, rafforzato anche dal fatto che ebbe 10 figli maschi.

Questa cosa fu vista dal quartiere come un segno, un destino di comando: come nelle famiglie nobiliari che più si espandevano più avevano bisogno di figli per stringere alleanze, così gli eredi di Paolo Di Lauro crebbero proporzionalmente al suo potere. A metà degli anni 2000, solo con il traffico di droga entravano nelle casse del clan 15 milioni di euro al mese. Quando, però, Di Lauro si allontanò da Napoli, sia per sfuggire alla cattura sia per assaggiare una vita che non aveva mai vissuto, Paolo Di Lauro commise l’errore di affidare la direzione dell’organizzazione al figlio Cosimo, che in pochi consideravano un vero capo. Senza una guida forte e da tutti riconosciuta come tale, gli equilibri cominciarono a traballare, finché scoppiò la faida più cruenta che Napoli avesse mai vissuto.

Per Paolo Di Lauro fu l’inizio della fine, ma non per il clan: il potere passò nelle mani di suo figlio Marco, che ha continuato a comandare nell’ombra fino alla cattura di sabato. Marco non ha tentato la fuga, esattamente come avevano fatto suo padre e suo fratello Cosimo. Tutti e tre si sono arresi subito. Marco ha pensato ai suoi gatti e a dare un ultimo abbraccio alla compagna; Cosimo si era solo preso del tempo per sistemarsi i capelli prima di uscire, Paolo aveva addirittura rassicurato i carabinieri che avevano appena fatto irruzione nel suo appartamento dicendo: «Io sono calmo, tranquilli…». Nessuno scontro con le forze dell’ordine, nessuna tragedia: per i mafiosi, l’arresto è un momento come un altro della scalata al potere.

Si festeggia l’arresto di un capoclan, ed è giusto esprimere soddisfazione per il lavoro delle forze dell’ordine, ma non si tiene conto che ogni giorno, ogni ora, ogni mese, ogni anno di latitanza di quel capo dimostrano che il territorio lo ha preferito allo Stato, e lo ha preferito perché lo Stato è lontano. Tutto il contrario dei boss, che anche quando non si mostrano fisicamente sono lì nei loro quartieri e fanno credere (riuscendoci) di condividere la medesima sorte dei suoi abitanti e di prodigarsi per far fronte a miseria e disagio. Il ministro festeggia ma nulla cambierà: per una testa che viene tagliata altre sono pronte a nascere. Marco è in prigione. Pronto a prendere lo scettro (ma già garantivano la gestione) c’è il triumvirato dei suoi fratelli liberi: Vincenzo all’economia, Lello alla struttura militare e Ciro alla politica organizzativa. Sic transit gloria mundi.
 


SITO UFFICIALE: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml