C’è una nave carica di migranti ferma davanti a un porto. C’è una disposizione temporanea del Governo per cui l’imbarcazione non può attraccare. C’è una commissione degli Affari Interni che lavora alacremente alla messa a punto di leggi che proteggano i confini e gli interessi nazionali dalle orde di invasori, invocando più poteri per polizia e autorità portuali al fine di respingere gli arrivi dei migranti: porti chiusi, è l’obiettivo dichiarato.

C’è una parte sempre più diffusa dell’opinione pubblica, esposta a un’incessante propaganda politica su ogni mezzo di comunicazione, che identifica in quelle settecentocinquanta persone che affollano la stiva della nave in questione, i soli responsabili di tutti gli ostacoli alla crescita dell’economia e della società di uno Stato altrimenti in salute. C’è un pezzo al vetriolo uscito su un quotidiano nazionale, che chiama quei migranti “sporchi, miserabili, pigri, ignoranti, rifiuti criminali… esseri degradati”, insinuando che se fossero stati disperati come lasciano intendere, certamente non sarebbero stati in grado di mettere da parte i soldi del costoso biglietto della traversata, assai probabilmente finanziata da associazioni criminali che lucrano sul loro traffico.

Sembra di essere a Lampedusa nel giugno del 2019, ma le cose non stanno proprio così. Siamo a New York, il 18 dicembre 1880. Il giornale che sparge odio non è Libero, ma il New York Times. La nave bloccata davanti al porto nella baia dell’Hudson per volontà della polizia portuale è salpata da Napoli poche settimane prima. Il nome sul fianco non è Sea-Watch, l’imbarcazione si chiama solamente Italia, come italiani sono i 750 passeggeri “lazzaroni” che hanno scelto di abbandonare la propria terra. Non lo hanno fatto perché siano pigri o pensino di poter delinquere impunemente nel paese che li accoglierà, come l’articolo suggerisce. Lo hanno fatto perché, semplicemente, dal lato “sbagliato” della frontiera, poco più di un secolo fa, ci siamo noi italiani. E se alla maggioranza dei nostri connazionali oggi non va di interrogarsi sulla storia di coloro che ci chiedono rifugio, val la pena raccontare invece come stavano le cose quando la mano che invocava aiuto era la nostra.

I settecentocinquanta migranti dell’Italia sono perlopiù braccianti agricoli e lavoratori non specializzati, meridionali. Già penalizzati dal latifondismo borbonico, non hanno tratto giovamento dalla recente creazione dello Stato italiano, un’entità che non li rappresenta nella bandiera, nei costumi e persino nella lingua. Un concetto la cui esistenza si manifesta solo per raccogliere nuove e più pesanti tasse a carico della fascia più debole della popolazione: eloquente in tal senso è la gabella istituita sul possesso dei muli, vitale strumento di lavoro e trasporto per i contadini più poveri, laddove invece i più agiati proprietari terrieri, anche piccoli, se possessori di bovini, godono di una inattesa “esenzione sulla mucca”.

Soffocati dal fisco, da epidemie di colera e malaria che dilagano sui latifondi lasciati in malora dalla miopia savoiarda, colpiti da ondate parassitarie che divorano interi raccolti, i contadini del sud scelgono la via dell’emigrazione come ultima disperata alternativa alla sofferenza della fame. Gli avi dei leghisti meridionali che incitano alla violenza nei confronti del capitano della Sea Watch, a fine ‘800 non hanno da mangiare e, per non morire di indigenza, sono costretti a imbarcarsi da quegli stessi porti di cui oggi i loro discendenti invocano la chiusura.

Il perché l’arrivo di queste masse migratorie generi negli Stati Uniti una reazione così veemente è da cercare innanzitutto nell’evidenza dei numeri. Se nei cinquant’anni precedenti, gli Italiani sbarcati negli Usa sono poco più di 25 mila, questo numero si moltiplica drammaticamente a partire dal 1870, sommando un totale di 4 milioni di arrivi nel mezzo secolo successivo. Ostacolati dalla barriera della lingua, gli emigrati italiani si raccolgono in enclave, solitamente ubicate nelle zone a più basso valore edilizio e più alto tasso di criminalità, dove provano a ricostruire memorie della patria abbandonata, finendo con l’isolarsi rispetto a un contesto alieno che inizialmente genera sentimenti di mutua ostilità. Lontane dalla graziosità turistica odierna, le Little Italy di fine ottocento sono luoghi affollati, malsani, deliberatamente ignorati dalle forze dell’ordine locali, invise ai cittadini americani esattamente come i campi rom lo sono adesso alla maggioranza degli elettori italiani.

Un altro vento che soffia sul fuoco dell’odio nei confronti degli immigrati italiani è la loro disponibilità a svolgere anche i lavori più bassi, nel momento in cui l’economia che vede il moltiplicarsi delle infastrutture e l’affermarsi della catena di montaggio, esprime proprio quella domanda. Ulteriormente soffocati dal sistema del caporalato, con il Padrone che li tiene volontariamente segregati da ogni possibile emancipazione o integrazione, agli italiani del sud non resta che adagiarsi impotenti sul fondo della tabella salariale, in una categoria creata apposta per loro, rendendosi invisi agli altri lavoratori che quelle mansioni massacranti con compensi miserrimi non vogliono più svolgerle. I tunnel dove gli italiani scavano le linee della metropolitana di New York non sono poi così diversi dagli odierni campi di pomodori del foggiano.

Se tutto questo non bastasse, a trasformare i nostri migranti in pubblico nemico concorrono proprio gli studi di esimi antropologi e criminologi italiani che ravvedono nella mancanza di sangue celtico degli uomini del sud, nella forma del loro cranio – la fronte bassa e la testa pendentre -, segni di inequivocabile inferiorità e predisposizione alla malvagità. L’odio verso questo popolo di invasori criminali tocca così il suo apice nel linciaggio di New Orleans del 1891, quando una folla inferocita, aizzata dalle autorità cittadine, compie irruzione nel carcere comunale massacrando gli 11 italiani appena assolti dall’accusa di omicidio del capo della polizia locale. Le foto di Traini in arresto avvolto nella bandiera italiana evocano una macabra somiglianza.  

Eppure basterebbe attingere alle memorie delle nostre famiglie, alle storie di chi ce l’ha fatta, di chi ha contribuito con il proprio lavoro a riscattare pregiudizi ostili, di chi ha scelto di tornare o di chi non si è più visto, di chi ha pagato con la vita o non ha superato le avversità che l’emigrazione gli ha messo davanti. Quale che ne sia la declinazione, la nostra storia di italiani ci insegna che il porto chiuso non è mai una soluzione. Ma se la storia è maestra di vita, quello che oggi manca sono gli studenti. Sono tutti là fuori, a commentare post pieni di odio. Vuoi mettere? Si fatica molto meno.

*L’autore è archietto e scrittore


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