Le luci del vertice di Palermo sulla Libia si sono spente. Il presidente Abd al-Fattah al-Sisi è tornato nei suoi palazzi egiziani. Il governo italiano, come ha spiegato il ministro degli Esteri, Enzo Moavero, ha assicurato che “la questione di Giulio Regeni è stata tra gli oggetti dell’incontro bilaterale”. Eppure in tanti si chiedono come sia stato possibile invitare con tutti gli onori della cronaca il capo di un regime che ancora nasconde, quasi tre anni dopo, verità sul sequestro, la tortura e l’assassinio di Giulio Regeni. E che ha in carcere la moglie di uno dei consulenti legali della famiglia Regeni, Amal Fathy, senza nessuna colpa apparente.

Eppure nei tempi passati le dichiarazioni del vice premier Luigi Di Maio erano state molto chiare sul rapporto da tenere con l’Egitto di Sisi. “Chiediamo di sospendere subito l’export di armi verso il Cairo se non ci si vuole rendere complici del regime di al-Sisi, accusato di una repressione interna e di numerose violazioni dei diritti umani. L’Italia alzi la testa!”, diceva il 14 febbraio del 2016, ben prima di arrivare al governo. Per poi aggiungere: “A giudicare dalle passerelle dei nostri ministri e dalle timide dichiarazioni del premier, anche in questa vicenda, ancora una volta si rischia di preferire gli interessi economici. In Egitto l’Eni ha interessi stratosferici ed Edison, Intesa Sanpaolo, Pirelli, Italcementi, Ansaldo, Tecnimont, Danieli, Techint, Cementir stanno piantando tende. Alcuni di questi gruppi hanno Renzi al guinzaglio e non gli permetteranno mai di fare la voce grossa con il dittatore al-Sisi per ottenere la verità sui responsabili della morte di Giulio. L’Egitto ci prende in giro. Ora come ora, se al-Sisi si ostinerà a nascondere la verità, il governo dovrebbe minacciare ed eventualmente avviare ritorsioni economiche verso l’Egitto”.

“Ora cosa è successo?”, si chiede Ahmed Abdallah, presidente del consiglio di amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, che affianca la famiglia Regeni. Abdallah, probabilmente proprio per il suo lavoro nella ricerca della verità sull’assassinio del ricercatore italiano, nel 2016 è rimasto in carcere per sei mesi. La stessa sorte capitata ora ad Amal. “Vedere il tappeto rosso per Sisi mentre quelli che cercano la verità per Giulio sono in prigione è molto deludente”, dice dal Cairo Abdallah. “Per quasi 3 anni fino ad ora non abbiamo sentito altro che parole. E invece abbiamo bisogno di azioni, vogliamo una cooperazione assoluta, vogliamo sapere chi sono i responsabili della tortura e della morte di Giulio”.

In Egitto sono rimasti molto sorpresi dalla visita di Sisi. Il lavoro del presidente della Camera, Roberto Fico, che era andato anche al Cairo, sembrava andare in una direzione opposta, quella della verità e della giustizia. E invece, dice Abdallah, “questa visita concede nei fatti il via libera al regime egiziano. Ora sanno che possono farla franca e dimostra che con o senza cooperazione nel caso di Giulio avranno normali relazioni con l’Italia”.

Come sta Amal? “E’ lontana da suo figlio di tre anni. Non potrebbe esistere punizione peggiore. L’unica colpa di Amal è che suo marito sta cercando la verità per Giulio e per questo paga il prezzo. Il regime egiziano dovrebbe liberarla immediatamente e invece tutto quello che abbiamo sono minaccia e carcere. Così come nelle indagini sull’omicidio di Giulio abbiamo finora dalla parte egiziana soltanto un mucchio di menzogne. Noi però non ci fermeremo. E’ un nostro dovere ottenere la verità per un crimine di tortura e per l’uccisione di un cittadino italiano, nei confronti di Giulio e della sua famiglia. E del vostro Paese”.


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Mario Calabresi
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