L’anno record dei rimpatri di migranti irregolari è stato il 2017 quando l’Italia è riuscita a rimandare nei paesi d’origine 6.514, quasi un migliaio in più di quanti ne erano stati rispediti a casa nei due anni precedenti. Nel 2018, nonostante i quotidiani annunci del ministro Salvini, la macchina dei rimpatri ha rallentato procedendo a un ritmo tra i 450 e i 500 al mese. Al 31 ottobre sono 5306 gli irregolari espulsi che sono stati accompagnati indietro.

Sono i dati aggiornati della Direzione centrale dell’immigrazione della Polizia diffusi oggi dal garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà che, come prevede la legge, ha effettuato il monitoraggio delle operazioni di rimpatrio verificandone la legittimità e le condizioni, a cominciare dalle informazioni tempestive date agli immigrati destinatari dei provvedimenti di espulsione e poi di rimpatrio.

Diciassette i voli monitorati, tutti charter, alcuni con scorta internazionale, altri senza, che hanno portato indietri 524 persone. Dalla lista dei voli si evince come dei quattri accordi che sulla carta l’Italia ha in atto con i paesi di provenienza dei migranti funzionano solo quelli con la Tunisia e con la Nigeria. Dei 17 voli monitorati dal garante tredici sono partiti alla volta di Tunisi o Hammamet, quattro verso Lagos.

Il garante ha girato le proprie raccomandazioni alla polizia di Stato sottolineando la necessità che in tutte le fasi di un’operazione di rimpatrio, o almeno nei voli charter, siano previsti mediatori linguistici. Altra questione fondamentale riguarda la necessità che ai rimpatriandi sia comunicato in tempo utile la data della partenza in modo da consentire loro di organizzarsi per il viaggio, avvisare i familiari  e l’avvocato, per venire a conoscenza di eventuali aggiornamenti riguardanti la loro posizione giuridica. Di estrema delicatezza l’uso delle misure coercitive nel corso delle operazioni di rimpatrio forzato solo come misura di ultima istanza o in caso di serio e immediato rischio di fuga.


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Mario Calabresi
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