La protesta di Torre Maura è “una scintilla che può accendere tanti focolai in giro per l’Italia” del resto “più dell’89 per cento dei discorsi d’odio nascono dai politici”. Ne è convinto Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio (sostenuta con i fondi dell’8 per mille alla Chiesa Valdese), che ha presentato insieme ad Amnesty International, in una conferenza stampa alla Camera, il Rapporto annuale da cui emerge che in Italia sono circa 25mila le persone di etnia rom che vivono in baraccopoli istituzionali e baraccopoli informali.

“Nella città di Roma, alla fine del 2018 risultavano essere 6.030 i rom e sinti in emergenza abitativa, pari allo 0,20 per cento della popolazione romana”, ha sottolineato Stasolla precisando che 4.080 di questi 6.030 vivono in 16 “insediamenti formali”, compresi i “campi tollerati”, mentre altri 1.300 vivono in 300 “insediamenti informali” e altri 650 sono presenti in una “occupazione monoetnica”:

“I dati del 2018 ci dicono quanto il piano rom del comune di Roma sia un fallimento. E’ uno strumento contenente approcci diseducativi ed emergenziali che non mira a dare risorse, visto che le uniche messe in campo sono quelle stanziate dalla giunta Marino attraverso i fondi europei”, ha detto Stasolla che chiede alla sindaca Raggi “una revisione completa e totale del piano rom”.

Per il presidente dell’Associazione “superare i campi rom significa riconvertire i soldi per i campi in progetti d’inclusione, nessun ricollocamento come dice Di Maio, nessuna espulsione e nessuna ruspa come dice Salvini. I fondi europei ci sono, ma a Roma invece di superare i campi si stanno organizzando costosissimi rimpatri assistiti e trasferimenti in centri di raccolta come quello di Torre Maura. I centri di raccolta non sono altro che campi rom in muratura, quindi la Raggi sta proseguendo sul solco della ghettizzazione voluta dall’ex sindaco Gianni Alemanno. Questi centri costano 2500 euro al mese a famiglia, i soldi non vanno ai rom ma a cooperative. Sarebbe interessante scoprire quale cooperativa gestisce il centro a Torre Maura”.

Insomma, per Stasolla occorre rivedere la politica degli sgomberi che a Roma è imperante: ricordo che solo quest’anno sono stati 20 gli sgomberi in città. Il tentativo, fallito, di superare il Camping River, conclusosi con lo sgombero forzato il 26 luglio scorso – ha aggiunto Stasolla – l’impegno mai realizzato di iniziare la chiusura dell’insediamento di Castel Romano, il tortuoso percorso di chiusura dei ‘campi’ La Barbuta e Monachina, mostrano le debolezze di questo piano rom, che si fonda su un approccio rieducativo e discriminatorio”.

Per il presidente dell’Associazione 21 luglio “va rivisto il cosiddetto piano Salvini che metterà per strada, relegandoli all’invisibilità, centinaia di rom, bloccando percorsi di inclusione. Sembra si stiano gettando le fondamenta per una nuova emergenza rom che equivale a considerare il rom come un soggetto pericoloso da una parte, e disperdendo fondi per politiche meramente emergenziali dall’altra”.

Più in generale, il numero dei rom, secondo il rapporto, è in forte diminuzione negli ultimi anni in Italia ed è dovuto alla “condizione drammatica” di alcuni insediamenti, alla crisi economica ed anche ai “proclami politici” che stanno spingendo anche comunità di antico insediamento allo spostamento nei Paesi del Nord Europa o al ritorno nei Paesi di origine.

Secondo l’Associazione 21 luglio, in una fase in cui per la prima volta si assiste ad un decremento delle famiglie di origine rom che abitano nelle baraccopoli e contestualmente alla possibilità di utilizzare finanziamenti europei per la promozione di azioni inclusive, l’Italia “sembra non cogliere la congiuntura favorevole”. Anzi avviene il contrario, come è accaduto a Torre Maura, una protesta che, per il presidente dell’Associazione 21 luglio, è stata “un pericoloso precedente. Sono state fatte molte concessioni a coloro che manifestavano senza alcuna autorizzazione a pochi metri dai rom e tutto trasmesso in mondovisione. Poteva essere bloccata la strada e non è stato fatto, c’erano poche forze dell’ordine ed è stato concesso ai manifestanti di collocarsi in prossimità del centro gridando slogan xenofobi e razzisti” e facendo così credere che “nel nostro Paese tutto sia lecito”. Per il presidente dell’Associazione 21 luglio “tutto questo può diventare un elemento di emulazione in varie parti della città e della società” e una sorta di “caccia allo zingaro è dietro le porte e soprattutto i politici dovrebbero stare molto attenti a moderare i toni. A Roma 6mila rom sono un numero basso e facilmente assorbibile, ma tutto viene strumentalizzato e diventa circo mediatico”.

Del resto, proprio nel rapporto si sostiene che “più dell’89 per cento dei discorsi d’odio nascono dai politici. I politici e il loro linguaggio – ha detto il presidente – hanno responsabilità enormi e soprattutto la politica non può essere un argine a questa deriva pericolosa”.

Nel 2018 l’Osservatorio 21 luglio ha registrato un totale di 125 episodi di discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti, di cui 38 (il 30,4 per cento del totale) sono stati classificati di una certa gravità. La media giornaliera è di 0,34 episodi, mentre se si isolano esclusivamente episodi ritenuti di una certa gravità (incitamento all’odio e/o alla discriminazione) questa si attesta su 0,10 episodi al giorno. L’Associazione 21 luglio, teme inoltre che si possa ripetere “lo stato di emergenza nomadi” proclamato in passato da Silvio Berlusconi poiché “le premesse ci sono tutte”.

In Italia – secondo il rapporto – ci sono 127 insediamenti istituzionali, presenti in ben 74 Comuni. Al loro interno vivono circa 15mila persone, delle quali più della metà sono rappresentati da minori, con una percentuale di persone con cittadinanza italiana vicina al 45 per cento. E proprio sulla condizione abitativa dei nomadi in Italia Amnesty International ha ricordato di aver presentato “per la prima volta” un ricorso al Comitato europeo dei diritti sociali. Per Riccardo Nury portavoce di Amnesty Italia “questa minoranza invisibile periodicamente diventa il problema, a cui la politica non dà risposte, il problema che riproduce questa guerra, tra ultimi e penultimi nelle periferie italiane, soprattutto quelle romane, è perché non si prendono decisioni basate sui diritti e si continuare a pensare ai rom alla stregua di pacchi da scaricare da qualche parte, senza neanche avvisare il destinatario”.

Si procede, soprattutto a Roma, “per sgomberi forzati” ma esempi positivi in Italia ci sono e l’Associazione 21 luglio cita i casi dei comuni di Moncalieri, Sesto Fiorentino, Lamezia Terme e Palermo. “Per questi ultimi Comuni – ha sottolineato Stasolla – si tratta di risposte da osservare con attenzione e da sostenere, perché rappresentano una nota di discontinuità nel panorama nazionale e il superamento dei campi rom è la sfida più grande, l’unica percorribile”.


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