Salvini torna in Calabria, a Limbadi, nel feudo del clan Mancuso per “una giornata di vittoria della legalità”, ma i testimoni di giustizia rimangono dietro la porta. Ed inutilmente provano a chiedergli un incontro. “Io vorrei sapere – dice furioso Salvatore Barbagallo, ridotto sul lastrico dai clan e testimone in decine di processi, ma ignorato dal titolare del Viminale –  per quale motivo è venuto qui a Limbadi, a fare che cosa di preciso”. Dalla battaglia in Europa e dalla crisi della Sea watch 3, il ministro si è preso una pausa per consegnare – a favor di telecamere – una villetta confiscata ai clan all’associazione San Benedetto Abate, che lì ci vuol far nascere “l’Università della memoria e dell’impegno civile”.

E il programma non va oltre quello annunciato, l’agenda del ministro – dicono dal suo entourage – è fitta. Non ha tempo per una visita a Sara Scarpulla la madre di Matteo Vinci, il giovane biologo ucciso l’anno scorso da un’autobomba del clan Mancuso, perché reo di non voler cedere loro dei terreni. Non ha tempo neanche per un rapido passaggio sulla strada a un passo dal paese, dove il ragazzo è saltato in aria. Addirittura, sembra non avere neanche il tempo di accennare alla vicenda, mentre afferma «i tanti Mancuso che ci sono in giro per l’Italia vanno arrestati. Sono cinquemila i beni confiscati in Calabria. La battaglia contro contro la mafia si vince casa per casa, bene confiscato per bene confiscato”. E rivendica “questo è il governo che più ha fatto contro le mafie”.

Vittime dei clan come Sara Scarpulla, che da tempo chiede protezione contro le mai cessate angherie dei Mancuso, devono però piantarsi di fronte al Municipio ad attendere il ministro, dribblare la folla che invoca un selfie o una stretta di mano, prima di riuscire a chiedere un incontro. Sara Scarpulla alla fine lo ha fatto, ma di malavoglia. “Doveva essere lui ad andare da Matteo” si lamenta, arrabbiata, mentre attende di parlarci. “Gli voglio chiedere se è venuto qui a visitare edifici o se davvero vuole stare vicino a chi subisce le angherie della mafia. Al momento non sta facendo niente” dice prima di essere ricevuta per un brevissimo incontro, all’interno delle stanze del Comune e lontano dalle telecamere. “Gli ho raccontato quello che è successo” dice la signora poco dopo “mi è sembrato attento”. Niente di più.

In pubblico invece, Salvini snocciola numeri e promesse. «In Calabria sono arrivati 177 agenti, e altri 156 arriveranno entro aprile 2020. Quindi sono più di 300 uomini» comunica Salvini. A Reggio, la capitale della ‘ndrangheta secondo l’ultima relazione della Dna, dove inutilmente da tempo i magistrati si sgolano nel chiedere nuovi giudici, nuovo personale amministrativo, nuovi investigatori, non si è visto nessuno. La procura dovrà attendere il prossimo giro e
“consolarsi” con l’ennesimo comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di Ferragosto. “Sarebbe più comodo farlo a Roma come da tradizione – dice Salvini – ma l’anno scorso lo abbiamo fatto in Calabria e torneremo qui”. Dove, non è dato sapere, almeno per il momento. Un’altra visita, il ministro la programma nel vibonese perché “è la provincia più complicata d’Italia”.

Ad attenderlo, mentre passa da un palazzo all’altro non c’è la folla delle grandi occasioni. I più sono militanti dei circoli della Lega del vibonese e fra loro si mischia anche un contestatore che con tono polemico canta “parole, parole, parole”. Il ministro lo liquida con una battuta, “è pure intonato”, mentre un carabiniere batte sulla spalla del polemico cantante e gli impone di smettere.

Una nota indigesta, magari non prevista dal Viminale, al pari degli accenni “alla crescita che viene dall’integrazione” del presidente dell’associazione assegnataria della villetta, don Ennio Stamile, “albanese di Calabria, di quella comunità che 500 anni fa si è stabilita qui e ha contribuito alla crescita di questa terra”. E forse anche di quel carabiniere dalla pelle scura che, inappuntabile nella sua divisa, lo ha salutato mentre usciva dal Comune e andata via.
 


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