ROMA – Il vicepremier Luigi Di Maio comunica sui social che con 2mila posti in più alla primaria “d’ora in poi, in tutte le scuole elementari italiane (la scuola primaria) ci sarà il tempo pieno”. E si lascia trascinare dall’entusiasmo quando spiega che in questo modo “i bambini potranno stare più tempo a scuola, potranno avere un percorso di istruzione più lungo, che gli consenta di stare più con gli insegnanti e di approfondire ancora di più le materie, e allo stesso tempo permetterà ai genitori che lavorano tutto il giorno di sapere che anche il pomeriggio il loro figlio o la loro figlia starà a scuola con gli insegnanti, avrà un percorso formativo ancora più ricco”. Ma, spiegano i sindacati, che con 2mila insegnanti in più si potrà estendere il tempo pieno solo di qualche punto percentuale. E neppure è sicuro che questo avverrà.

L’emendamento alla legge di Bilancio, presentato da Maria Marzana e approvato dalla commissione Cultura della Camera, ora passerà al vaglio della commissione Bilancio. La proposta prevede che entro febbraio il ministero dell’Istruzione stabilisca le modalità per “la graduale generalizzazione del tempo pieno nella scuola primaria”, con la previsione, appunto, di duemila maestri in più. Resta però da capire quali risorse verranno stanziate per questo obiettivo e se il numero di insegnanti previsto in rinforzo sia sufficiente a coprire tutti gli istituti presenti in Italia.

“Duemila posti in più – dichiara Pino Turi, a capo della Uil scuola – sono sempre una buona notizia per la scuola. Ma non si può certo affermare che si estenderà il tempo pieno in tutte le classi italiane. Per centrare questo obiettivo occorrono molti posti in più”. Perché, stando ai dati ufficiali del Miur relativi al 2016/2017, le classi di scuola elementare sono circa 133mila, di cui 45mila a tempo pieno (40 ore di lezione a settimana) e 88mila a tempo normale: con un orario che prevede tre opzioni: 24, 27 e 30 ore a settimana. Per estendere il tempo scuola in tutte le 88mila classi a tempo normale occorrerebbero quasi 40mila docenti nuovi.

Con l’emendamento del Movimento 5 stelle approvato ieri in commissione Cultura alla Camera si potrà ampliare l’orario fino al pomeriggio in 4mila e 400 classi che attualmente funzionano soltanto la mattina. “Oppure – spiega Lena Gissi, leader della Cisl scuola – si possono istituire soltanto mille nuove classi a tempo pieno”. In questo momento, le classi che estendono fino a metà pomeriggio l’orario delle lezioni, a livello nazionale, è pari al 34%. Percentuale che, con l’approvazione in commissione Bilancio della proposta pentastellata, potrà salire al 37%. I sindacati salutano come una buona notizia l’apertura del governo sull’organico della scuola primaria, ma avanzano dubbi perfino sulla reale fattibilità della cosa.

“L’interesse per l’istruzione è un bene, ma che non rimangano annunci. In quanto occorre avere la certezza che gli enti locali garantiscano le mense per consentire alle scuole di attivare il tempo pieno. L’impegno del governo deve essere complessivo e strutturale – conclude Gissi – altrimenti non sappiamo che farcene”. I rappresentanti dei lavoratori raccontano che la promessa avanzata dal governo inizialmente era di 10/12mila posti. Che si sono ridotti a 2mila a causa delle coperture di bilancio. Nel commentare questi dati, Gabriele Toccafondi, ex sottosegretario all’Istruzione del governo Renzi, dice: “A promesse sono bravissimi, ad illudere eccezionali, a slogan sono imbattibili”. “Poi però – aggiunge – quando si devono trovare soluzioni si vede il bluff e tante persone capiranno che gli slogan hanno le gambe corte”.

In Italia attualmente a usufruire del tempo pieno è il 40 per cento dei bambini da 6 a 11 anni. Ma ci sono differenze nella diffusione del rientro pomeridiano tra le varie regioni e tra centri di maggiori o minori dimensioni. Nelle grandi città, infatti, sempre più famiglie optano per le 40 ore settimanali con orario giornaliero dalle 8 alle 16 e servizio mensa. Tra le regioni, invece, il Molise è primo (con il 56,7 per cento), segue la Toscana (con il 56,1 per cento), terza la Calabria (con il 54,8 per cento). Sopra il dato nazionale, la Lombardia (45,2 per cento), sotto il Lazio (31,2 per cento). Il dato del tempo pieno è invece molto basso in regioni del Sud come Campania e Basilicata.

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Mario Calabresi
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