ROMA – La comandante Carola Rackete ha davvero commesso un reato forzando il blocco delle autorità italiane per far sbarcare 41 migranti allo stremo dopo 17 giorni in mare? Tre esperti interpellati da Repubblica – un ex comandante della Guardia Costiera, un avvocato e un docente universitario – dicono di no. Nonostante i toni sicuri del ministro Salvini, che ha dichiarato: “Giustizia è stata fatta”.

La comandante finita ai domiciliari ha commesso “atti di resistenza o violenza contro una nave da guerra nazionale”, come le viene contestato con l’articolo 1100 del codice della navigazione (reato punito da tre ai dieci anni)?
Risponde Gregorio De Falco, ex comandante della Guardia Costiera oggi senatore del Gruppo Misto. “L’accusa non regge, la motovedetta della Guardia di finanza contro cui è finita la Sea Watch 3 non è una nave da guerra, che è un’altra cosa, è una imbarcazione militare che mostra dei segni caratteristici ed è comandata da un ufficiale di Marina. Peraltro, la Sea Watch è un’ambulanza, ovvero un natante con a bordo un’emergenza: dunque non era tenuta a fermarsi. Piuttosto, la nave militare avrebbe dovuto scortarla a terra”.

La manovra della comandante Rackete, che per entrare in porto ha rischiato di travolgere una motovedetta della Finanza, non configura comunque un reato?
Risponde l’avvocato Giorgio Bisagna, da anni impegnato nell’assistenza legale dei migranti. “Non mi pare ci sia stato dolo, la comandante ha dichiarato che si è trattato di un errore di manovra”.

L’imbarcazione Sea Watch 3 batte barriera olandese: si può applicare una norma penale prevista dal diritto della navigazione italiano a una nave straniera?
Dice ancora l’avvocato Bisagna: “Quando una norma penale si può applicare a una nave straniera viene espressamente detto dal nostro codice della navigazione. E in questo caso, l’articolo 1100 non prevede specificazioni in tal senso”.

Di fronte al blocco della autorità italiane, quali opzioni aveva la comandante Rackete?
Risponde Fabio Sabatini, professore associato di Politica Economica all’Università La Sapienza di Roma. “Presumibilmente, la comandante si è trovata di fronte a una scelta molto difficile: violare una norma italiana oppure venir meno agli obblighi stabiliti dai trattati internazionali. Secondo quanto scritto dall’Onu nella lettera inviata all’Italia sul decreto ‘Sicurezza bis’, il diritto alla vita e il principio di non respingimento, che sono stabiliti dai trattati internazionali, prevalgono sulla legislazione nazionale. Le Nazioni Unite ritengono che l’approccio del decreto ‘Sicurezza bis’ sia fuorviante e non in linea con il rispetto dei diritti umani previsto dai trattati internazionali”.

Ci sono precedenti simili a quello della Sea Watch, per capire quali decisioni hanno poi adottato i tribunali italiani?
Risponde l’avvocato Bisagna. “Quindici anni fa, la nave Cap Anamur forzò il blocco navale imposto dal governo Berlusconi, per impedire lo sbarco a Porto Empedocle dei naufraghi salvati. C’erano stati 15 giorni di stallo in acque internazionali. Poi, il comandante e il presidente della Ong Cap Anamur furono arrestati e la nave sequestrata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, stessa contestazione mossa alla comandante Rackete. Dopo 5 anni il tribunale di Agrigento ha assolto gli imputati per aver agito in presenza di una causa di giustificazione prevista dal nostro codice penale: avevano adempiuto un dovere, quello di salvare delle persone in mare, dovere contemplato dalle convenzioni internazionali”.

In una situazione in cui l’Italia viene ritenuta unico “porto sicuro” dalle Ong che fanno operazioni di salvataggio nel Canale di Sicilia, il nostro paese è destinato ad accogliere tutti i migranti?
Risponde il professore Sabatini. “Di sicuro, no. Già oggi l’Italia è uno dei paesi che accoglie meno rifugiati e con una delle percentuali di immigrati più basse in Europa. I nostri numeri sono risibili rispetto a quelli degli altri paesi europei, in proporzione sia alla popolazione sia al prodotto interno lordo. Non c’è alcuna invasione”.

Quali soluzioni sono possibili per fronteggiare questa situazione?
Dice Sabatini: “Rivedere il Regolamento di Dublino aiuterebbe a risolvere il problema. Secondo l’accordo, l’accoglienza e la valutazione delle richieste di protezione internazionale spettano al paese in cui è avvenuto l’ingresso nell’Unione Europea. Nel 2018, dopo molte trattative, si riuscì a trovare un compromesso per cambiare il regolamento in favore di un meccanismo di ricollocazione automatica. Ma Lega e M5S hanno disertato tutte le riunioni del Parlamento europeo in cui si è discussa la riforma”.


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