BOLOGNA – La Corte di assise di appello di Bologna ha assolto i genitori di Rosita Raffoni, 16enne che il 17 giugno 2014 si uccise lanciandosi dal tetto della sua scuola a Forlì.

Erano stati condannati in primo grado a tre anni e quattro mesi per maltrattamenti. Prima di uccidersi, la ragazza lasciò in video e in lettera pesantissime accuse ai genitori, dicendo di sentirsi odiata. Oltre alle difese, anche la Procura forlivese aveva fatto appello, su un’aggravante e sull’istigazione al suicidio, solo per il padre.

Rosita si era suicidata gettandosi dal tetto del liceo classico che frequentava a Forlì, il 17 giugno 2014. Poco dopo i genitori erano stati iscritti nel registro degli indagati e poi rinviati a giudizio, due anni dopo, con l’accusa di maltrattamenti in famiglia fino alla morte e, solo per il padre, istigazione al suicidio. Ad aprile dello scorso anno era partito il processo.

Una tragedia che ha sconvolto il paese della ragazza, Fratta Terme, una frazione di Bertinoro, nel forlivese, di appena 1.400 anime, e che ha fatto discutere per mesi, una volta arrivata nelle aule di un tribunale, dividendo l’opinione pubblica. Da una parte l’abisso in cui era caduta una adolescente, dall’altra una coppia di genitori doppiamente condannata: a sopravvivere al suicidio di una figlia e, poi, dal tribunale. Assolti ora in appello.

La sentenza della Corte di assise (presidente Orazio Pescatore, giudice a latere Milena Zavatti) è stata letta dopo circa un’ora di camera di consiglio. I due imputati, Roberto Raffoni e Rosita Cenni, omonima della figlia, non erano presenti in aula. “Pur nel dolore di una tragedia, perché Rosita non c’è più”, l’avvocato Michela Vecchi, che li difende con gli avvocati Marco Martines e Giuseppe Coliva, ha sottolineato che “i giudici, assolvendoli con formula piena, hanno riconosciuto la realtà dei fatti, perché non ci mai stati maltrattamenti, né istigazione al suicidio.

Nel corso della sua requisitoria, il sostituto procuratore generale Valter Giovannini aveva concluso chiedendo la conferma della sentenza di primo grado per la madre, quindi senza l’aggravante della morte come conseguenza dei maltrattamenti; per il marito, invece, aveva chiesto la condanna a una pena di sei anni e sei mesi, ritenendo l’aggravante assorbita nell’istigazione al suicidio.

“E’ una storia spaventosa, drammatica, forse unica da affrontare in un’aula di giustizia. Tutti noi vorremmo essere altrove, tuttavia è nostro dovere affrontarla”, ha detto in un passaggio del suo intervento. Il pg aveva sostenuto la sussistenza dell’istigazione al suicidio con il dolo eventuale. A conferma di questa ipotesi aveva portato una frase detta dal padre, dopo il riconoscimento all’obitorio: “Era quello che voleva”.

Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni, dopo di che la Procura generale potrebbe fare ricorso in Cassazione.


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