ROMA. Sono circa 130 i migranti trasferiti a piccoli gruppi in altre strutture della zona dopo lo sgombero, da parte dalle forze dell’ordine, di alcuni capannoni abbandonati della “Felandina”, a Metaponto di Bernalda, provincia di Matera. La fatiscente struttura veniva utilizzata come base per raggiungere i campi della zona dove i ragazzi lavorano raccogliendo prodotti agricoli. Lo sgombero è stato deciso e attuato dopo che, il 7 agosto scorso, un incendio nei capannoni causò la morte di una donna di 28 anni, Eris Petty Stone, nigeriana, anche lei ospite della “Felandina” e anche lei, naturalmente, bracciante nei campi.

Il futuro delle persone mandate via al momento è incerto. Rispetto della dignità del lavoro, semplificazione dei tempi di regolarizzazione, applicazione delle norme sui flussi di manodopera in agricoltura, sistemazione logistica adeguata dopo lo sgombero: gli attivisti del Forum Terre di Dignità, Altragricoltura, insieme Associazione NoCap e Comitato Braccianti della Felandina nei giorni scorsi hanno illustrato con precisione le proprie richieste a Matera, nel corso di una manifestazione e di una conferenza stampa davanti alla prefettura.

“Il numero di alloggi predisposti in centri di accoglienza e dormitori non è sufficiente. Centinaia di uomini e donne non hanno alcuna idea di dove trascorreranno la notte”, spiega Francesco Di Donna, coordinatore medico in Italia dei progetti di Medici senza frontiere, organizzazione che da circa due mesi fornisce cure mediche e orientamento alle persone coinvolte. “Pur riconoscendo l’insalubrità del sito sgomberato, le operazioni senza soluzioni abitative alternative non possono essere considerate sostenibili perché aggravano le vulnerabilità dei lavoratori e i rischi per la loro salute”.

MSF ha cominciato a lavorare all’ex Felandina lo scorso 4 luglio in collaborazione con l’azienda sanitaria di Matera per prestare soccorso agli abitanti, impiegati stagionalmente come braccianti agricoli nelle campagne del sud d’Italia, effettuando più di 400 visite mediche e riscontrando che più di un quarto dei pazienti manifestava dolori o infiammazioni muscolo-scheletriche collegabili al tipo di lavoro svolto. In 55 casi sono state rilevate patologie dermatologiche attribuibili alle scarse condizioni igienico-sanitarie dei capannoni e al possibile contatto con prodotti chimici nocivi; a circa 60 pazienti sono state diagnosticate patologie di natura gastrointestinale dovute allo scarso accesso a fonti d’acqua potabile e alle condizioni igieniche precarie. In occasione dell’incendio del 7 agosto, MSF ha distribuito circa 400 kit composti da vestiti, coperte e prodotti per l’igiene personale a coloro che avevano perso tutto nel rogo.

“Sebbene la presenza di migranti impiegati nel settore agricolo nell’area del metapontino sia un fenomeno antico si continua a trattarlo in modo emergenziale, con vane promesse e sgomberi privi di alternativa. Sono necessarie soluzioni strutturate che tengano conto dei bisogni e dei diritti fondamentali delle persone” conclude Di Donna.

MSF lavora in Italia dal 1999 con progetti di assistenza sanitaria e psicologica a migranti, rifugiati e richiedenti asilo. A Roma gestisce un centro di riabilitazione per i sopravvissuti alla tortura e le vittime di trattamenti crudeli e degradanti. A Torino, Roma e Palermo, fornisce orientamento ai servizi sanitari pubblici territoriali a migranti e rifugiati presenti in insediamenti informali e in altre aree in condizioni di marginalità sociale.


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Carlo Verdelli
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