CALTANISSETTA – “Sessanta milioni di euro, per danno all’immagine”. Il ministero dell’Interno rompe gli indugi e chiede il risarcimento dei danni ai tre poliziotti accusati di avere avuto un ruolo determinante nel depistaggio delle indagini attorno alla strage Borsellino. Prima udienza del processo a sorpresa, perché fino ad oggi il ministero dell’Interno è stato solo dichiarato “responsabile civile” per il danno causato dai tre imputati. Ma ora il Viminale prova a smarcarsi, con un intervento dell’Avvocatura dello Stato, che ha anche presentato la richiesta di parte civile del ministero della Giustizia, “per il danno subito dal reato di calunnia commesso dagli imputati. Chiedono di costituirsi parte civile pure i familiari dei poliziotti uccisi con Paolo Borsellino e il superstite della strage, Antonino Vullo.
 
Nell’aula del tribunale di Caltanissetta ci sono i componenti del gruppo di indagine sulle stragi finito sotto accusa: gli ispettori (oggi in pensione) Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, il dirigente Mario Bò. A loro si era rivolta, in una pausa dell’udienza preliminare, Fiammetta Borsellino, la figlia del giudice Paolo: “Aiutatemi a trovare la verità”, ha detto. Agli atti dell’inchiesta, ci sono gli appunti che l’ispettore Mattei passava a Scarantino, per indottrinarlo a dovere prima delle audizioni con i magistrati. “Da chi aveva ricevuto l’ordine?”, è la domanda che Fiammetta Borsellino ribadisce. Una domanda ancora senza risposta.
 
Però, adesso, i poliziotti annunciano che daranno battaglia. “Nell’inchiesta sulla strage Borsellino non ci fu mai alcuna iniziativa autonoma della polizia”, ha spiegato il legale del dottore Bò, Nino Caleca, presentando la lista dei testimoni chiamati a deporre. Bò fu responsabile del gruppo Falcone e Borsellino, ora chiama in aula i pubblici ministeri dell’allora procura di Caltanissetta: Fausto Cardella, Annamaria Palma, Carmelo Petralia, Nino Di Matteo, Francesco Paolo Giordano, Roberto Saieva. E, poi, anche Ilda Boccassini, che per un certo periodo fu applicata in Sicilia, ma poi andò via perché non credeva più alla collaborazione di Vincenzo Scarantino, il falso pentito creato ad arte (da chi?).
 
Bò (in servizio a Trieste) e gli altri due poliziotti in pensione sono imputati di calunnia, con l’aggravante di aver favorito l’organizzazione mafiosa. “Un’occasione importante per cercare la verità”, dice l’avvocato Fabio Repici, che rappresenta la parte civile di Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo. “Una verità che qualcuno, all’interno delle istituzioni, conosce e non ha ancora raccontato”. Nella lista dei testimoni che Repici chiede di convocare ci sono l’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino, che firmò la costituzione del gruppo speciale di indagine sulle stragi; Bruno Contrada, l’ex numero tre dei Servizi arrestato per mafia, e altri esponenti dell’intelligence, Lorenzo Narracci e Andrea Ruggeri, quest’ultimo dirigeva il centro Sisde di Palermo, l’ufficio che un mese dopo la bomba di via D’Amelio annunciava una svolta nelle indagini della polizia. Il fratello di Borsellino chiama a deporre pure Giovanni Arcangioli, il capitano dei carabinieri che venne fotografato in via D’Amelio mentre teneva in mano la borsa di Paolo Borsellino, indagato per furto e poi prosciolto, ma è rimasto il mistero: a chi Arcangioli fece vedere la borsa? Perché non la mise al sicuro e invece la riportò fra i rottami dell’auto del giudice? Salvatore Borsellino chiede che venga in aula anche il generale Emilio Borghini, uno dei superiori di Arcangioli, anche lui era in via D’Amelio.
 
Di sicuro, la verità la conosceva l’ex capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera, che le indagini del procuratore aggiunto Gabriele Paci e del sostituto Stefano Luciani hanno individuato come il principale artefice dei suggerimenti a Scarantino. La Barbera, deceduto nel 2002, era anche un collaboratore dei servizi segreti, ma non sappiamo per quale missione da compiere. Fu lui a rimproverare Lucia Borsellino che si lamentava dell’assenza dell’agenda rossa dalla borsa che veniva restituita alla famiglia: “Disse a mia madre che stavo delirando”, ha ricordato Lucia.

Parole che la procura chiederà alla figlia del giudice di ripetere in aula. Sarà un processo davvero importante per ricostruire 25 anni di depistaggi, omissioni e ritardi. I pm chiamano a testimoniare il falso pentito Scarantino oggi reo confesso, ma anche tutti i magistrati e i poliziotti che si occuparono di lui. Per provare a illuminare tutte le zone d’ombra. Prossima udienza il 26 novembre, per la decisione del tribunale sulle parti civili.


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