Quella del Loreto è una storia drammatica. Il relitto a largo di Isola delle Femmine dove hanno trovato la morte due sub siciliani racconta una tragedia di guerra. Il 13 ottobre 1942 venne colpito da un sottomarino inglese mentre era in vista del porto di Palermo, dopo una lenta traversata da Tripoli. A bordo però c’erano soprattutto soldati indiani dell’esercito britannico, prigionieri catturati in Libia uccisi dall’Impero per cui avevano combattuto.

Il Loreto è colato a picco in soli dodici minuti. I marinai e gli uomini della scorta, 47 in tutto, in quel breve tempo hanno cercato di liberare i prigionieri, rinchiusi nella stiva: 400 indiani, molti dei quali non sapevano nuotare. I pescatori della zona sono accorsi subito con le loro barche a remi, facendo miracoli per salvare i naufraghi. Alla fine si contarono 124 morti, tra cui un solo italiano: molti dei loro resti sono ancora all’interno del relitto, adagiato sul fondale a circa ottanta metri di profondità.

La vicenda ha un aspetto polemico, legato all’epopea di Ultra: la macchina che permise a Londra di decifrare i codici usati dalle comunicazioni tedesche, anche quelle nel Mediterraneo impiegate per concordare le operazioni tra i due alleati dell’Asse. Il comando inglese era così riuscito a conoscere in anticipo la rotta del Loreto, ma anche il carico del mercantile: «Il Loreto lascerà Tripoli alle 9 del giorno 9, velocità 7 nodi, e dovrà arrivare a Napoli alle 7.30 del 13. Trasporterà 350 prigionieri di guerra». La presenza dei soldati britannici catturati era stata confermata da una seconda intercettazione. Ma venne deciso comunque di procedere all’attacco, affidato al sottomarino P46. Perché?

E’ ormai assodato che si trattò di una scelta cinica. Ultra era un’arma strategica, fondamentale per la condotta del conflitto: non si poteva correre il rischio che i tedeschi si insospettissero e modificassero il sistema di trasmissione. Per questo il sacrificio dei loro soldati era un prezzo ritenuto accettabile rispetto alla protezione del grande segreto. Le stesse motivazioni che si ritiene portarono un mese dopo all’affondamento della Scillin, in cui persero la vita più di 700 prigionieri inglesi: la verità su quest’ultimo episodio è rimasta top secret per oltre mezzo secolo.

A fronte di queste considerazioni, resta la memoria dell’umanità dei soldati italiani, che si prodigarono per liberare i detenuti mentre la nave colava a picco. Ecco il racconto di uno dei superstiti, raccolto da Libero Accini, corrispondente di guerra, nel suo libro “La rotta della morte”: ”«Il sommergibile lancia una doppietta di siluri. Un siluro esplode contro l’Isola delle Femmine. L’altro siluro ci colpisce a poppa. I soldati sono sbiancati dalla paura…» Il sottufficiale parla, parla. Parole e visioni di fatti che stanno accadendo. Il Loreto non può manovrare, scade di poppa. Non c’è niente da fare. I soldati corrono qua e là sulla coperta che rapidamente si appoppa. I prigionieri urlano. Bisogna salvare i prigionieri. Salvarli. La nave continua ad appopparsi. Non c’è scampo. Lancio di fuochi Very. Urla. «Madonna mia… Madonna di Lourdes salvami…» La Madonna, neanche quella di Lourdes, non si fa viva”.

Oggi il Loreto resta sul fondo, con la poppa squarciata dal siluro e circondato dai fusti vuoti che stava riportando in patria. Un monumento all’orrore della guerra.  


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Carlo Verdelli
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