Quando Robinson Crusoe sparò il suo primo colpo di moschetto, “uno stormo foltissimo di uccelli si levò da ogni parte del bosco, producendo grande schiamazzo e ciascuno emettendo quel grido diverso assegnatogli da madre natura”.

Oggi, molti colpi di fucile più tardi, sull’isola (ex) deserta si lotta con le unghie e con i denti per preservare quel che resta dello schiamazzo primigenio. Il naufrago cui si ispirò Daniel Defoe approdò infatti sul picco di un vulcano che spuntava dal mare, per molti versi simile alle Galapagos, a 670 chilometri dalla costa del Cile, vecchio 4 milioni di anni e rimasto pressoché isolato dal mondo. Quasi 150 specie di animali e di uccelli, in alcuni casi coetanei dei dinosauri, non vivono che qui.

All’isola oggi è stato dato il nome di Robinson Crusoe. Difenderla, per il Cile e per gli abitanti del luogo, è diventata una missione. Con il risultato che in questi 50 chilometri quadri di rocce e foreste si ritrova una concentrazione unica al mondo di misure e strategie per la protezione dell’ambiente. Luci basse nelle case per non disorientare gli uccelli migratori. Divieto di usare la plastica, sostituita con vetro, carta e cartone. Esche per debellare i topi che fanno strage di uova e uccelli nei nidi. Caccia agli animali più grandi, anche dall’elicottero, laddove le rupi del vulcano non permettono di arrampicarsi. Fumigazione ed estirpazione delle piante invasive, introdotte dall’uomo nel corso dei secoli, come rovi ed eucaliptus.

Pesca alle aragoste bandita, se non con reti tradizionali come le nasse.

Sterilizzazione e registrazione di gatti e cani domestici. Cattura delle fameliche capre, introdotte dai navigatori spagnoli alla fine del ‘500. E che lo stesso Robinson, a dir la verità, contribuì ad allevare.

Liberare dalle specie invasive il vicino isolotto di Santa Clara (appena 5 chilometri quadri) è costato al governo cileno negli ultimi sei anni 2,5 milioni di dollari. Agli abitanti venivano regalate le pallottole e pagate le pelli di capra. La cancellazione delle specie aliene è stata affidata alla non profit californiana Island Conservation, spin off dell’università della California, nata per affrontare un problema comune a molte isole del Pacifico del sud: l’arrivo con le navi baleniere dei roditori ghiotti dei pulcini degli uccelli.

Il conto finale, prevede Santiago, arriverà a 20 milioni, ora che tutto l’impegno è concentrato sull’isola Robinson Crusoe e sulla sua vicina, l’isola Alexander Selkirk.
Crusoe e Selkirk, d’altra parte, non sono che la versione letteraria e quella reale dello stesso uomo.

Selkirk era il marinaio scozzese della Royal Navy, poi diventato corsaro, che ispirò Defoe. Nel 1704, tanto indispose il suo comandante da essere sbarcato da solo sull’isola che oggi si chiama Crusoe. I pochi turisti che arrivano fin qui (2.500 all’anno) possono visitare la grotta in cui si rifugiò. A patto che riescano a imbarcarsi sull’aereo da 8 posti che decolla da Valparaiso due volte a settimana al prezzo di 800 dollari, poi sulla barca di pescatori che circumnaviga l’isola e raggiunge l’unico villaggio.

Selkirk venne ripescato nel 1709 da una nave di passaggio. La sua storia circolò sui giornali e venne con tutta probabilità letta da Daniel Defoe, che pubblicò il romanzo nel 1719.

Nel frattempo, quella che Robinson chiama più volte “l’isola della disperazione”, aveva preso la rotta della desolazione. Foche e otarie venivano sterminate per la pelliccia, il grasso e l’olio, così come le aragoste locali, una specie unica al mondo e particolarmente gustosa, oggi esportata in Cina in quantità contingentate a 200 dollari l’una. Una zampata di gatto dopo l’altra, a un passo dall’estinzione era arrivato anche uno degli uccelli simbolo dell’isola: il colibrì rosso, l’unico o quasi a dedicarsi all’impollinazione dei fiori in assenza di api e vespe.

Una varietà di sandalo che cresceva solo qui, profumatissima (e profumatamente pagata), è scomparsa per sempre. Nel frattempo le mandibole delle capre continuavano a ruminare specie ataviche e uniche al mondo. Oggi, sia pur a caro prezzo, alla deriva è stato messo un argine. La presidentessa dell’associazione femminile locale, Inès Retamal, di fronte a un giornalista della France Presse arrivato fin lì a intervistarla, rivendica il ruolo delle donne nella difesa della natura, in un luogo in cui gli uomini sono quasi sempre in mare: “Vogliamo che la nostra isola sia un esempio di conservazione anche per il resto del mondo”.


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