Un traffico di rifiuti illeciti in piena regola: dalla raccolta, principalmente di plastica industriale, allo stoccaggio e all’incenerimento. La banda sgominata dai carabinieri di Stradella e Pavia dopo mesi di indagini recuperava i materiali e li trasferiva in capannoni, ai quali poi dava fuoco. Una tecnica che rischiava di fare della Lombardia una nuova “terra dei fuochi”.
L’ultimo incendio il 3 gennaio scorso a Corteleona, nel Pavese. Le indagini sono partite da lì, e dai messaggi in codice che annunciavano la preparazione del rogo: “La torta è pronta ed è stata irrorata di liquore soprattutto al centro, domani potrai ubriacarti con facilità” scriveva, riferendosi al combustibile gettato attorno al capannone, il capo della banda a chi avrebbe dovuto materialmente appiccare il fuoco.

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Il capo era Riccardo Minerba, di origini lecchesi, pregiudicato per false fatturazioni: il giro d’affari era importante, e per il solo capannone del Pavese si aggirava attorno al milione e 700mila euro. Secondo i carabinieri, Minerba aveva intenzione di prendere in affitto almeno altri 3 capannoni nelle province di Novara, Bergamo e Sondrio, per stoccare ulteriori rifiuti. A lui si sarebbero rivolti Santino Pettinato e Alessandro Del Gaizo, rispettivamente titolari di ditte di smaltimento autorizzate a Nova Milanese (la Ecogroup) e a Corsico (la Rottami Srl), visto il risparmio che Minerba proponeva loro: affidandogli il loro surplus potevano infatti evitare di pagare decine di migliaia di euro di ecotassa regionale; anche loro sono stati arrestati insieme a chi ha materialmente appiccato il fuoco, un rumeno di 42 anni.
Le indagini della Direzione distrettuale antimafia hanno permesso di individuare anche il trasportatore che stoccava i rifiuti nel capannone di Corteolona (Pavia), e infine i titolari di impianti compiacenti.

L’incendio doloso, come detto, è quello che a gennaio si verificò in magazzino di duemila metri quadri a Corteolona, nel Pavese, nel quale erano stipate materie plastiche come vecchi pneumatici e fusti. Il rogo fece scattare l’allarme diossina, tanto che i sindaci della zona avevano emanate ordinanze che vietavano ai cittadini di consumare ortaggi.

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