GENOVA  – Le differenze più evidenti e forse più angoscianti non sono quelle che si vedono, ma quelle che si sentono: i suoni, le emozioni, le coincidenze. Ogni 14 del mese, per un anno, quasi come per un pellegrinaggio in memoria delle 43 vittime del ponte Morandi, abbiamo fotografato da alcuni punti prestabiliti sulla collina di Coronata lo stato di avanzamento dei lavori di demolizione e, ufficialmente da tre giorni, della ricostruzione del viadotto autostradale di Genova. Le foto sono state scattate tutte con la stessa attrezzatura, intorno all’ora in cui un anno fa sotto un diluvio il ponte si spezzò in due.

Vi proponiamo qui e sul sitowww.repubblica. it le quattro diverse sequenze, che hanno la forza del documento: mostrano che cosa è successo ai resti del ponte mese per mese, dal 14 settembre a oggi: il panorama della Valpolcevera è rimasto a lungo immutato, con la preoccupazione condivisa da tutti i genovesi che i lavori stagnassero e che il nuovo ponte non si sarebbe visto prima di qualche anno. E invece negli ultimi due mesi l’accelerazione del cantiere è stata netta, visibile e vistosa. Questo dicono le foto: nel primo periodo sono quasi uguali, poi il panorama cambia di colpo e diventa quasi irriconoscibile.

Ma in questo anno quello che abbiamo sentito da lassù, guardando il Morandi spezzato in due è un po’ più difficile da raccontare.

Intanto il silenzio. La prima differenza da cui siamo rimasti colpiti il 14 settembre 2018 e durante gran parte delle altre ricorrenze, è stata l’assoluta assenza di rumore. Il frastuono del traffico sul ponte a Coronata prima del crollo era il rumore di fondo che accompagnava ogni istante della vita degli abitanti. Quel silenzio, ogni volta sempre più surreale, è durato sei mesi, fino a quando le macchine non hanno cominciato a segare gli impalcati del Morandi, fino al grande botto che l’ha definitivamente schiantato a terra.

Poi le emozioni. Abbiamo scelto le postazioni da cui riprendere la stessa porzione di panorama usando come punti di riferimento alcuni lampioni dell’illuminazione pubblica e ora ci rendiamo conto che è come se avessimo percorso ogni mese le tappe di una dolorosa via crucis.

E ancora oggi lo sgomento, un anno dopo, uccide anche l’ammirazione. Perché se il cantiere del ponte fosse stato aperto per una scelta programmata, se non ci fossero quelle 43 croci, le tecniche e i mezzi speciali impiegati per smantellare il Morandi sarebbero gli ingredienti di una grande impresa: sul ponte abbiamo visto prima i semirimorchi telecomandati che servivano a testare la tenuta delle strutture rimaste in piedi; abbiamo visto crescere gru altissime e potentissime; abbiamo visto il taglio netto e preciso degli impalcati di asfalto e cemento; abbiamo visto saltare in aria gli ultimi piloni del “Brooklyn” con un effetto che forse un regista visionario non avrebbe saputo realizzare meglio e con un impatto sull’ambiente molto contenuto.

Il “grande botto” è stato certamente anche uno spartiacque simbolico, ma ha pure decretato la ripresa del rumore sulla collina di Coronata, così come in tutti gli altri paraggi del ponte: in via del Campasso, dove le macerie si rimuovevano anche di notte; in via Argine di Cornigliano, dove a giugno è nato il primo pilastro a pianta ellittica del ponte che verrà; in via Porro, dove si è conclusa la demolizione dei palazzi sgomberati; in via Fillak, dove gli operai devono ancora rimuovere una montagna di detriti. Infine il tempo.

Non è mai piovuto il giorno 14 dei mesi successivi al disastro della vigilia di ferragosto 2018, giorno in cui su Genova si avventò un nubifragio di violenza tropicale. Forse perché soltanto il meteo in questa vicenda poteva essere imprevedibile.


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Carlo Verdelli
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