ROMA – Una coppia di irakeni è stata salvata in extremis dalla morte per fame dall’intervento della Corte europea dei diritti dell’uomo. La coppia non si trovava in un deserto, in mezzo al mare, in una zona di guerra o in prigionia di gruppi terroristici o criminali, ma nel cuore dell’Europa ricca, civile e in pace, al confine tra l’Ungheria e la Serbia, in un campo dove le autorità ungheresi tengono prigionieri i profughi che hanno cercato di entrare nel paese per chiedere asilo politico. I responsabili del campo hanno negato il cibo all’uomo e alla donna per ben sei giorni e mezzo e alla fine sono stati costretti a dar loro da mangiare solo per un’ingiunzione urgente della Corte di Strasburgo emanata in base all’articolo 39, che prevede interventi immediati in casi di violazioni particolarmente gravi dei diritti umani.

Le conseguenze che Budapest dovrà pagare. Ora le autorità politiche di Budapest dovranno pagare le conseguenze della loro ferocia e c’è da sperare davvero che la vicenda arrivi a smuovere la scandalosa inerzia dei vertici dell’Unione Europea, le cui istituzioni continuano a tollerare da parte del governo Orbán comportamenti vergognosi e contrari ai più elementari princìpi di umanità. Il leader ungherese continua a far parte del gruppo PPE al parlamento europeo e il suo governo non ha ancora subìto alcuna sanzione per le ripetute e gravi violazione dei princìpi democratici che ispirano l’Unione e per il fatto di aver sottratto il proprio paese all’obbligo di accogliere quote di immigrati giunti in Europa così come hanno stabilito in passato tanto la Commissione che il Consiglio europeo. L’Ungheria continua a ricevere ingenti sovvenzioni sotto forma di fondi per lo sviluppo e per l’agricoltura. Neppure la condanna votata qualche settimana fa con una larga maggioranza di cui facevano parte molti eurodeputati del partito popolare (ma non gli italiani di Forza Italia) pare essere servita a qualcosa.

L’intervento della Corte di Strasburgo. La vicenda è stata resa pubblica dal sito ungherese “index.hu” dopo che l’organizzazione ungherese del Comitato Helsinki, una ONG presente in diversi paesi dell’Europa orientale che ha raccolto l’eredità delle battaglie per i diritti umani al tempo delle dittature comuniste, è riuscita a far intervenire la Corte di Strasburgo prima che accadesse l’irreparabile. I due irakeni, la cui domanda d’asilo è stata respinta dalle autorità magiare e sono in attesa dell’esito di un ricorso, si trovano da nove mesi in uno dei campi di transito che sono stati allestiti nei pressi del confine con la Serbia. Il 7 febbraio i responsabili del campo hanno smesso di fornire loro la razione quotidiana di cibo. I due sono sopravvissuti solo grazie ai resti dei pasti che continuavano ad essere forniti ai loro tre figli, uno dei quali è afflitto da una grave malattia cronica.

L’imposizione di riprendere ad alimentarli. Il 13 febbraio il Comitato ha inoltrato una istanza urgentissima alla Corte, la quale in base all’articolo 39 ha ordinato al governo di Budapest di disporre immediatamente la ripresa dell’alimentazione. Nonostante questo, però, sono passate altre sedici ore prima che ai due venisse fornito di nuovo il cibo. Da fonti del Comitato Helsinki, riprese dal settimanale tedesco Die Zeit, la negazione del cibo ai due irakeni non sarebbe un fatto inedito. Già nell’agosto scorso c’erano state denunce di episodi simili. L’alimentazione era stata negata a dei profughi dall’Afghanistan e dalla Siria con l’obiettivo di farli tornare in Serbia in modo che perdessero così il diritto alla domanda d’asilo in Ungheria.




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