Psicologi e assistenti sociali convocati nella Commissione servizi sociali, per fare luce sui casi di presunta pedofilia di venti anni fa, nella bassa modenese. Così il Consiglio dell’Unione area nord di Modena, l’ente che raggruppa nove comuni della zona, ha deciso di rispondere al clamore provocato dalla vicenda, formalmente conclusa in sede giudiziaria, ma ancora velata da ombre, raccontata nell’inchiesta Veleno di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, pubblicata in più puntate su Repubblica.it. I responsabili in servizio all’epoca dei fatti, come l’assistente sociale Valeria Donati e il suo capo Marcello Burgoni, sono stati invitati in una seduta ad hoc della Commissione servizi sociali, prevista per i primi di dicembre, a riferire su quanto accaduto venti anni fa. Il Consiglio, riunitosi martedì scorso, ha anche deciso di non rinnovare la quota associativa annuale (poco più di duecento euro) al Cismai, il coordinamento dei servizi per i maltrattamenti dei minori in Italia a cui appartenevano molti degli assistenti protagonisti della vicenda.

E dopo l’iniziativa approvata dai comuni in provincia di Modena, arrivano oggi le parole del sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi, che ha dichiarato: “A distanza di vent’anni, grazie all’inchiesta condotta dal giornalista Pablo Trincia  si riaccendono i riflettori su una delle pagine più buie della storia della bassa modenese. Alcuni di quei bambini, oggi adulti, intervistati da Trincia, hanno affermato di non aver mai subito le violenze da parte di genitori e congiunti, sollevando dubbi sui condizionamenti da parte degli psicologi e assistenti. E’ doveroso da parte mia – prosegue Ferraresi –  chiedere un approfondimento agli enti locali competenti sull’operato di tutti i professionisti che hanno seguito la vicenda”.

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La vicenda risale alla fine degli anni novanta, quando tra il 1997 e il 1998 sedici bambini vennero allontanati dalle proprie famiglie tra Massa Finalese e Mirandola, piccoli centri abitati della bassa modenese, su indicazione dei servizi sociali. I bambini sarebbero stati vittime di una rete satanica di pedofili, che li costringeva ad assistere e compiere sacrifici umani nei cimiteri. Nessuno dei sedici bambini è più tornato a casa: nel corso delle indagini, conclusesi nel 2014 con l’assoluzione di metà degli indagati, una madre si è suicidata gettandosi dal quinto piano; Don Govoni, il parroco accusato, è morto d’infarto, due madri sono morte in carcere mentre un altro indagato è stato colpito da un attacco cardiaco dopo la condanna.

Le testimonianze e i documenti raccolti dall’inchiesta Veleno raccontano la storia in modo nuovo. Emerge il sospetto che gli assistenti sociali della Asl avrebbero interrogato i bambini seguendo modalità discutibili, portandoli a raccontare cose mai successe. Fra questi assistenti, la dottoressa Valeria Donati. Mentre le indagini si evolvevano e altri bambini venivano sottratti alle loro famiglie, quella che oggi è l’Unione dei comuni nord di Modena si faceva interamente carico delle spese per l’affido e le terapie psicologiche dei piccoli pazienti, versando nel tempo quasi quattro milioni di euro. Di questi, la metà andarono al Cab, il “Centro aiuto al bambino”, aperto privatamente dalla Donati per fornire assistenza ai bambini di cui diagnosticava i traumi, dopo che la Asl aveva deciso di appaltare il servizio a una struttura più qualificata.

“Finalmente il muro del silenzio sta cedendo” ha affermato il capogruppo in Consiglio di Forza Italia, Antonio Platis, autore della delibera approvata due giorni fa. “Maggioranza e opposizione hanno votato all’unanimità per incontrare gli assistenti in servizio all’epoca dei fatti. Il nostro è un atto politico, non giudiziario: chiarire alcune tappe della vicenda e fare in modo che quanto successo non accada mai più, controllando anche la correttezza degli affidamenti fatti dalll’Unione, e successivi alla vicenda, a enti affiliati al Cismai”. Una posizione condivisa anche da Cesare Papotti, capogruppo del Pd nel consiglio dell’Unione: “È stata una decisione votata da tutto il consiglio: ora aspettiamo fiduciosi di confrontarci con chi agì all’epoca”.


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Mario Calabresi
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