VENEZIA – La denuncia sociale gli è costata una denuncia penale, per imbrattamento. E, anche se con ogni probabilità si concluderà con un’archiviazione, la vicenda fa discutere, proprio come tutte le iniziative che lo vedono protagonista. Perché lui è Banksy, lo street artist senza volto più famoso del mondo.

A maggio l’artista inglese – l’ipotesi più accreditata è che sia di Bristol – scelse Venezia come palcoscenico. Realizzando e rivendicando come originale, pubblicandone la foto qualche giorno dopo sul suo profilo Instagram, un piccolo profugo che tiene in mano una sorta di torcia, per segnalare la sua presenza al mondo. Come tela scelse la parete di un palazzo, affacciato su Rio Novo, a San Pantalon, a due passi da campo Santa Margherita. Un palazzo disabitato e privato. Ma vincolato, come gran parte degli edifici di Venezia, dal punto di vista storico e artistico.  

Ecco perché la Soprintendenza, più per una formalità dovuta che per convinzione, nei giorni successivi alla comparsa del murales ha presentato denuncia alla procura di Venezia dove è stato aperto un fascicolo contro ignoti (Banksy) per violazione, restando nel campo delle leggi, del decreto 42/2004 che impone la richiesta di un’autorizzazione per intervenire, con decorazioni pittoriche, sulle pareti dei palazzi vincolati. D’altro canto nella denuncia è la stessa Soprintendenza a evidenziare che, quel bimbo profugo non autorizzato e con la torcia in mano, è indiscutibilmente un’opera d’arte. Tanto che, se il proprietario del palazzo volesse legittimamente ripristinare la parete, dovrebbe prima far staccare il dipinto. Per salvarlo e conservarlo.

Ipotesi remota, dal momento che, subito dopo l’apparizione del murales, nei siti delle agenzie immobiliari di lusso erano apparse le nuove foto del palazzo di San Pantalon, pubblicizzato come “l’edificio scelto da Banksy per Venezia”. Aspetti commerciali a parte, è la stessa Soprintendenza ad augurarsi che il dipinto non venga rimosso, per garantire a tutti di vederlo nel luogo in cui è stato pensato. Con i piedi del bimbo che sfumano nell’acqua del rio.

Alla luce della valutazione artistica dell’opera, che non può quindi essere classificata come imbrattamento, e dell’impossibilità di risalire a un nome e cognome per l’individuazione di Banksy, nelle scorse ore la procura di Venezia, con il pm Federica Baccaglini, ha chiesto l’archiviazione, anche se l’ultima parola spetta al giudice per le indagini preliminari. Nuovo capitolo della saga Banksy a Venezia i cui collaboratori, sempre a maggio, durante una performance con la composizione di una serie di tele contro le grandi navi in laguna, vennero allontanati da San Marco dai vigili urbani. Anche in quel caso lo staff di Banksy era privo di permessi.


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