Il volto di Imane, con i lunghi capelli che le incorniciano il viso e le mani giunte come in preghiera, lo tiene sempre con sè, impresso sullo schermo del suo telefonino. Imane Fadil, l’ex modella teste nel processo Ruby,  sembra felice. John scorre le app in cerca dei messaggi delle chat, inviati da lei dall’ospedale. “John sono stata di m.. Ti prego vieni qui al piu presto e non mi lasciare sola”, scrive il 25 febbraio scorso alle 10.30 di mattina, quattro giorni prima di morire. “John stamane febbre.. delirio volevo mia mamma e mio padre.. cosa che non ho mai detto prima – scrive l’11 febbraio – spero che qst finisca al più presto, sono veramente stanca”.

"Vi racconto la mia amica Imane e la sua malattia: cominciò a stare male dopo una cena"

John è John Pisano, l’uomo che ha ospitato per due mesi e mezzo Imane nella sua casa di Rozzano, hinterland di Milano, fino alla sera del ricovero, il 29 gennaio scorso. John ha 55 anni, un passato in giro per il mondo da volontario impegnato in progetti formativi per i giovani, un presente da insegnante privato di inglese. “Ci siamo conosciuti nel 2012, ricordo che era primavera. Ero tornato da poco in Italia dopo trent’anni all’estero, lavoravo part-time come venditore di elettrodomestici, e avevo messo da poco i primi annunci online per insegnare inglese. Guidavo il furgone verso Varese, quando chiamo lei”.

Che impressione le fece?
“Fissammo un appuntamento per una lezione a domicilio, lei allora abitava in via Noto. Si creò subito una bella intesa, lei era molto brava, imparò subito, dopo tre mesi non aveva più bisogno di lezioni. Io non sapevo nulla di quello che stava vivendo. Diventammo inseparabili, era un’amicizia talmente rara che io non la chiamavo Imane ma “sister”, eravamo fratello e sorella. Già allora soffriva moltissimo. Ogni volta che doveva ricordare i fatti delle serata ad Arcore, riviveva la vergogna, l’onta di essere messa nel calderone delle “olgettine”. Imane era una persona di una moralità altissima, che si è scontrata da subito con quel mondo”.

"Vi racconto la mia amica Imane e la sua malattia: cominciò a stare male dopo una cena"

Una delle conversazioni tra Imane e John Pisano

Perché si trasferì da lei?
“Non lavorava e non poteva più pagare l’affitto. Così, l’11 novembre scorso è venuta da me. E’ stato detto che viveva tra i topi, ma non è vero. Se fosse stato per lei non sarebbe mai andata via da Chiaravalle, lei amava quel posto. Era finalmente lontana da occhi indiscreti, poteva vivere la sua vita, nessuno la conosceva. Aveva l’abbazia vicino, per lei era il paradiso. E non c’era traccia di topi”.

Quando inizia a stare male?
“Imane ha sempre avuto una salute di ferro, non si ammalava mai. Quest’anno, a ottobre, abbiamo avuto l’influenza negli stessi giorni. Poi, credo fosse il 10 gennaio, inizia a dire che non si sentiva bene. Una settimana dopo parte un leggerissimo ma costante peggioramento quotidiano. Finché il 24 decido di chiamare la guardia medica, perché lei era debole, non si alzava più dal letto, ma non voleva andare in ospedale”.

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Un’altra conversazione tra Imane e John Pisano

Cosa le dice il medico?
“Non ci capisce nulla. Io gli faccio notare che aveva gli occhi un po’ gialli, che non riusciva a digerire, che faceva fatica a respirare. Lui alla fine dice “forte stress”, le prescrive dei tranquillanti, le dice di rivolgersi al medico curante. Ma Imane era debolissima. Io le dicevo “sister, devi farti ricoverare”. “E’ pericoloso, qualcuno mi può fare del male”, rispondeva lei. Il giorno dopo, domenica 27, riesco a convincerla. La pettino, le preparo la borsa, ma dice ancora di no. Solo il 29 non fa nessuna resistenza. Viene portata in ambulanza e io la seguo in auto, e resto sempre con lei. Il giorno dopo, parlo per la prima volta con un medico, mi spiega che fegato e polmoni sono danneggiati, un rene non funziona. Non riescono comunque a capire cosa abbia: mi chiedono se assume farmaci, droghe, se è stata esposta a escrementi di topi. Ma lei non prendeva medicine, le droghe non le ha mai nemmeno provate, aveva visto un topo vicino casa due anni prima”.

Chi sapeva che era ricoverata?
“Nessuno. Dopo il 10, lei decide di avvisare due amici di Chiaravalle. Le chiedo se vuole avvisare la sua famiglia, e mi dice di no. Nemmeno il suo avvocato sa che è ricoverata. Poi una notte sta davvero male, mi scrive che delirava, che chiamava la madre e il padre, così si decide ad avvisarli”.

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Cosa ricorda dell’ultima sera in ospedale, il 28 febbraio?
“Stava davvero male, nemmeno gli antidolorifici o i massaggi che le facevo placavano ormai il dolore. “Non mi lasciare solo John” mi diceva. Pensarci ora mi fa ancora tanto male. Aveva fortissimi dolori all’addome. Sul letto c’era una chiazza di sangue, e lei tossiva e sputava sangue. Grumi, non liquido. Le dicevo he dovevo tornare a casa, ma lei mi chiedeva di rimanere, di dormire accanto a lei. io però dovevo andare: il venerdì mi alzo presto per andare a lavorare a Vimercate, in più dovevo prenotare un albergo per i suoi familiari. “Resta ancora un po'”, mi diceva, e mi teneva strette le mani. Avevo due impulsi: da una parte stavo male ad andare via, dall’altra era come se sentivo di dover andare. Alla fine le ho detto “sister, adesso vado, ci vediamo domani”. Ma non l’ho più vista”.

Cosa pensa che abbia ucciso Imane?
“Non è stata lei a parlare di avvelenamento. Sono stati i medici che, dopo aver escluso tutte le diagnosi con mille esami, avendo trovato quell’alta concentrazione di metalli pesanti nel sangue, ci hanno detto: “sospettiamo l’avvelenamento”. Nè io né lei ci avevamo pensato, ma dopo abbiamo fatto un collegamento con un certo periodo, con un fatto preciso”.

A cosa si riferisce?
“Non posso parlare di questo, c’è l’indagine in corso. Dico solo che é stata male dopo una cena, un mese fa”.

Quindi lei crede che Imane sia stata avvelenata.
“Non sono un medico, ma credo che anche la malattia più rara e fulminante non possa portare una persona in una condizione del genere in due settimane. Qualcuno deve darci una risposta sulla presenza di metalli in una quantità, non mortale, ma molto superiore alla norma”.

Si è parlato di rapporti con un siriano e uno sceicco arabo.
“In sette anni, Imane mi ha parlato una volta del siriano, ma per fatti precedenti al nostro incontro. Per un periodo, invece, è stata fidanzata con un ragazzo di Dubai. Ma in due anni, lei è andata una volta in Medio Oriente, lui è venuto un paio di volte. Diceva che a Dubai c’erano troppe presenze negative, “demoni”. Credo che abbiano chiuso a settembre. A volte lei diceva di avere il fidanzato solo per evitare che qualcuno la importunasse”.

Accadeva spesso?
“Purtroppo lei sentiva addosso lo stigma delle cene eleganti di Arcore. “Mi hanno fatto terra bruciata” diceva. Faceva i provini come hostess, e sentiva nei camerini le altre ragazze dire “quella è un’olgettina”. E poi ha fatto colloqui come barista o commessa nei negozi del centro di Milano, e diceva di essere sempre tampinata. Non perché era bella, ma perché pensavano che fosse disponibile, non riusciva a liberarsi dal mondo del “Bunga Bunga”. E così ha smesso di cercare lavoro. Una maledizione che andava avanti da quando si seppe di Ruby. Mi ha raccontato che in quelle settimane non usciva di casa, perse i capelli, dimagrì, si vergognava di se stessa. Anche se non c’era ragione. Lei non ha mai voluto fare la valletta. Il suo sogno era fare la giornalista sportiva e mi spiegava che aveva accettato di andare ad Arcore per parlare con Berlusconi perché entrambi si intendevano di calcio”.

Cosa pensa ora guardando le foto di Imane che sorride?
“Mi resta la rabbia per le ingiustizie che ha subito prima da viva, poi da morta: con chi continua a fare illazioni sulla sua vita, o a dire che sia morta per una forte depressione. Lei era forte, combattiva. Nel letto di ospedale, tra mille dolori, non ha mai ceduto di un millimetro. Le facevano male le persone, più passava il tempo, più diceva che non poteva fidarsi di nessuno. Mi aspetto delle risposte chiare dalla giustizia. Lei per me era come una candela che faceva luce ovunque, e in pochissimo tempo si è consumata. Ora mi resta un buio profondo”.

 


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