Tecnologia, intuito investigativo, perseveranza. A tre anni dall’omicidio, è con precisione scientifica che sono stati individuati gli assassini del 45enne Francesco Fiorillo, ucciso in un agguato il 15 dicembre 2015 a Vibo Valentia. Un “cold case” complesso perché fin da subito apparso estraneo alle frizioni fra i litigiosi e feroci clan del vibonese, legato forse a giri di pedofilia e prostituzione minorile. Mondi fisiologicamente nascosti, ma che diventano ancor più riservati in terre in cui vige la legge “dell’ominità” dei clan e il falso mito dell’uomo forte.  

Per venirne a capo per mesi ci hanno lavorato la Questura di Vibo Valentia, guidata da Andrea Grassi, con la sua Squadra mobile, e lo Sco, con gli esperti dell’unità d’élite “Irrisolti”, una sezione speciale che mette insieme investigatori tradizionali ed esperti della scientifica e si approccia con tecniche avanguardistiche di indagine a casi rimasti aperti. Da Vibo ci hanno messo la conoscenza del territorio e delle sue dinamiche criminali, più gli elementi raccolti con gli approfondimenti sul campo. Da Roma, con la collaborazione dei laboratori della Scientifica di Reggio Calabria e Palermo, la tecnica. 

È così che si è arrivati all’individuazione di Arcangelo D’Angelo e Saverio Ramondino. Gli investigatori ne sono certi. Insieme a Antonio Zuliani, già in precedenza arrestato grazie alle tracce genetiche e ai residui di polvere da sparo rinvenute su un guanto di lattice dimenticato nei pressi del luogo dell’omicidio, sono stati loro a uccidere il 45enne Francesco Fiorillo, sorpreso nei pressi della sua abitazione da due uomini nascosti dietro un cespuglio. 

Tutti amici, tutti privi di “pedigree criminale” ma non del tutto estranei ad ambienti criminali legati alla droga, i tre – secondo quanto emerso dalle indagini – potrebbero essere stati mossi da un altro movente. La certezza assoluta non c’è ancora ma per gli investigatori, Fiorillo potrebbe essere stato assassinato per vendetta. L’uomo, è stato scoperto dopo la sua morte, frequentava un giro di pedofili, che abusavano di ragazzini 16enni, “comprati” da un reclutatore. Un gruppo eterogeneo, di cui facevano parte anche un parroco e un pensionato, la cui casa Fiorillo frequentava con assiduità. Probabilmente, ipotizzano gli investigatori, il 45enne avrebbe tentato di adescare uno o più minori legati a persone che avrebbero poi programmato a vendetta nei suoi confronti. 

Di certo – sostengono a Vibo – a firmare il suo omicidio sono stati D’Angelo, Ramondino e Zuliani. Gli investigatori ne sono certi perché lo hanno suggerito le parziali informazioni di Zuliani, il primo ad essere arrestato, che hanno dato lo spunto per gli approfondimenti che hanno fatto stringere il cerchio attorno agli altri due sospettati. E che siano loro gli altri responsabili lo dice oggi la triangolazione fra le celle telefoniche e il gps installato da una compagnia assicurativa sull’auto di uno dei due, lo confermano i riscontri balistici, genetici e persino merceologici sulla traccia lasciata dalle gomme della vettura sul luogo dell’omicidio, lo certifica la ricostruzione dinamica in 3d dell’agguato, sviluppata a partire dagli elementi rivenuti sul terreno, incrociati con dati tecnici. Ne sono convinti anche i magistrati della procura di Vibo Valentia che sulla base di questi elementi hanno chiesto l’arresto dei due e il giudice che lo ha concesso. Anche per loro le prove raccolte parlano chiaro. D’Angelo e Ronaldino invece anche al momento dell’arresto hanno preferito non ammettere alcunché e trincerarsi nel più assoluto silenzio.
 


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Mario Calabresi
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