ROMA – Sei settimane sono trascorse da quel terribile impatto che ha ucciso 157 persone tra cui 8 cittadini italiani. Il volo ET302 della Ethiopian Airlines e lo schianto del 737 MAX che hanno convinto il mondo intero sui rischi dell’aereo più venduto nella storia dell’aviazione civile nella sua nuova versione, con la conseguente messa a terra provvisoria, hanno distrutto decine di famiglie. Famiglie che a distanza di quaranta giorni disperano anche di poter mai ricevere i resti dei propri cari, abbandonati in una piana battuta da venti, dal sole, dalle intemperie. Questa è la denuncia di uno dei parenti di una nostra connazionale.

“Il 10 marzo ho perso la mia amata sorella nel tragico incidente. Sin da quel giorno, ho cercato di ricevere rassicurazioni del fatto che tutto ciò che poteva essere trovato sul sito della tragedia sarebbe stato raccolto e collezionato in maniera efficiente e tempestiva” racconta B.F. a Repubblica. “Nel corso di innumerevoli chiamate ed e-mail con le mie controparti, ho ricevuto informazioni costantemente contraddittorie. Con mio grande sgomento, mi è stato addirittura detto che era possibile e probabile che famiglie delle vittime, a una settimana dall’incidente, avessero già raccolto e portato via diversi oggetti dal sito, il che significava che le possibilità e probabilità di trovare resti e oggetti personale erano sempre più ridotte, se non addirittura limitate”.
 
Il racconto di questa catena di errori e incuria prosegue: “Il 5 aprile ho deciso di volare ad Addis Abeba, in seguito alla mancanza di informazioni ricevute per quanto riguardava gli sforzi di recupero e in seguito alle numerose richieste di chiarimenti e conferme scritte che non hanno ricevuto risposta. Il 7 aprile sono andata sul luogo dell’incidente e ciò che ho visto mi ha lasciata costernata e sgomenta”. Il sito è aperto, non ci sono steccati, transenne, nulla che possa impedire a chiunque di avvicinarsi: “Un sito che sarebbe dovuto essere considerato, e di conseguenza trattato, come una scena del crimine, si è trasformato invece in un luogo in cui le persone entravano liberamente indossando le loro normali scarpe giornaliere e dove non sono state utilizzate attrezzature appropriate per salvaguardare la natura estremamente sensibile del luogo. Il sito non aveva neanche una protezione adeguata che lo salvaguardasse da intemperie e condizioni climatiche avverse, il che faceva si che effetti personali si deteriorassero ulteriormente e che possibili resti umani venissero continuamente portati alla superficie”.

Volo Ethiopian, la disperazione dei parenti: "I resti dei nostri cari abbandonati sul luogo dell'incidente"

Tra i tanti oggetti ed effetti personali raccolti dalla familiare della vittima italiana sul luogo dell’incidente, “biglietti da visita, un libretto di vaccinazione e un’agenda, tra molti altri. Nonostante ognuno di questi oggetti avesse nomi e cognomi chiaramente leggibili, questi stati lasciati incustoditi sulla superficie. E non è tutto: con mio grande sgomento, abbiamo anche trovato quelli che sembravano resti di ossa umane, i quali sono stati poi consegnati ai guardiani nella vicina tenda militare, localizzata appena fuori dal luogo dell’incidente”. Ma la prova dell’inefficienza dei controlli sul sito appare netta: “Quando abbiamo consegnato le ossa, queste sono state avvolte in modo incurante e irresponsabile in un sacchetto di plastica preso e sollevato da terra, tutto ciò quindi ignorando gli standard e procedure minime che andrebbero applicate in una scena del crimine simile nella quale 157 persone hanno perso la vita”.
 
Tutto questo conferma ciò che era stato dichiarato poco prima dal portavoce Musie Yehyies del Ministero dei Trasporti in Etiopia, il quale ha comunicato che  “gli scavi sono terminati per il momento, poiché abbiamo tutto quello di cui abbiamo bisogno al momento. Il sito è stato chiuso e può essere rivisitato.” E’ dunque la conferma sconcertante che, nonostante il campo sia chiaramente in uno stato non completo, “non c’è alcuna volontà di raccogliere ciò che significa il mondo per una famiglia in lutto, e che i resti di vita umane e oggetti delle vittime dello schianto non sono assolutamente in cima alla lista delle loro priorità”.

“Al ritorno dal mio viaggio – conclude il suo racconto B.F., “ho sottolineato ancora una volta alle mie controparti il bisogno di ricevere garanzie che sia ossa che oggetti siano individuati e conservati in modo sicuro come da protocollo. Ad oggi, tristemente non solo non è arrivata nessuna conferma, ma si confermano invece i dubbi riguardanti la “possibilità” di riprendere gli sforzi di ricerca, mettendo quindi in evidenza il rischio e la prospettiva realistica che i resti dei nostri cari e i loro effetti dei nostri rimangano incustoditi e trascurati sotto il suolo Africano”.


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